Saggio

Palladio in America, un malinteso riuscito

Jefferson non vide mai una villa di Palladio. Dal trattato del 1570 alla traduzione di Leoni, la storia di come Monticello nacque da una catena di copie.

Thomas Jefferson non vide mai una villa di Palladio. Costruì la sua casa sulle pagine di una traduzione inglese che credeva fedele all’originale, e da quelle pagine fece uscire una cupola, un portico e la sua idea di casa ideale. Il Palladio d’America è una catena di copie, e ogni anello ha aggiunto, frainteso o inventato qualcosa.

Venezia, Londra, Virginia, 1570-1826 · due secoli e mezzo di copie · 9 minuti di lettura

Nel 1570, a Venezia, esce un grande volume in folio fitto di tavole incise. Si intitola I quattro libri dell’architettura: il primo insegna gli ordini e i materiali, il secondo le case, il terzo strade, ponti e basiliche, il quarto i templi antichi.¹ Palladio lo ha pensato come un manuale da tenere aperto sul tavolo, e basta sfogliarlo per accorgersene: a ogni edificio la sua pianta, il suo alzato, qualche misura, poche righe di commento.

Le tavole, però, raccontano un’altra storia rispetto ai cantieri. Palladio vi disegna le ville come le avrebbe volute, sgombre dai compromessi con i committenti e con il terreno. La Rotonda, per esempio, vi compare con una cupola che sulla collina di Vicenza non è mai stata costruita così.² Chi apriva il libro si trovava in mano un progetto ideale, e poteva servirsene senza aver mai messo piede nel Veneto.

Qui sta il punto da cui parte tutto. Un edificio resta dov’è, mentre un libro con le misure scritte sotto le figure attraversa frontiere, mari e secoli. Palladio è arrivato in Virginia come arriva in una cucina lontana una ricetta: perché qualcuno l’aveva scritta con abbastanza precisione.

Il primo a portare Palladio oltre le Alpi è un architetto inglese, Inigo Jones. Tra il 1613 e il 1614 viaggia in Italia con il libro sottomano e ne riempie i margini di annotazioni, da lettore che discute con la pagina e non la tratta da cimelio.³ Tornato a Londra, quelle note diventano muri: la Queen’s House e la Banqueting House portano nell’Inghilterra degli Stuart un classicismo di matrice italiana.⁴

C’è qualcosa di intimo nel gesto di Jones, una matita che corregge un margine. Il libro è nato come strumento di lavoro e il suo primo lettore illustre lo usa così. In quel momento l’architetto veneto smette di essere soltanto un architetto veneto e comincia a funzionare come un metodo: proporzioni, ordini, una regola per mettere un portico davanti a una casa.

Il vero ritorno di Palladio in Inghilterra arriva un secolo dopo, nel 1715, con una raccolta di edifici e una traduzione.

Nel 1715 l’Inghilterra riscopre Palladio in due mosse. Colen Campbell pubblica Vitruvius Britannicus, una raccolta di edifici inglesi che costruisce a tavolino una tradizione nazionale e la pone sotto il nome dell’architetto vicentino.⁵ Nello stesso anno comincia a uscire a Londra la traduzione inglese dei Quattro Libri, opera di Giacomo Leoni, architetto di origine veneziana; i volumi si completano nel 1720.⁶

Sono queste le pagine che contano, perché per un lettore inglese del Settecento Palladio parla con la voce di Leoni. Le tavole vengono rifatte per l’occasione, e nella ricopiatura qualcosa si sposta. Il libro serve a costruire, e chi costruisce corregge.

Tra i suoi interpreti più convinti c’è Lord Burlington, aristocratico e architetto dilettante. Nel 1729 porta a termine Chiswick House, alle porte di Londra, insieme a William Kent: una reinterpretazione di Villa Capra, la Rotonda di Vicenza, adattata al clima inglese.⁷ È un Palladio in formato ridotto, tradotto per un altro cielo, e per questo facile da portare con sé.

Thomas Jefferson nel Veneto non è mai stato. Il suo Palladio è quello dell’edizione inglese di Leoni, che per anni scambia per l’originale: sul tavolo ha un libro tradotto, ridisegnato e stampato a Londra, e lo legge come se fosse uscito dalla bottega di Venezia.⁸

Nel 1768 comincia a costruire Monticello, su una collina della Virginia. La prima casa è palladiana in modo abbastanza ortodosso. Poi arrivano gli anni in Francia, dal 1784 al 1789: Jefferson rappresenta gli Stati Uniti a Parigi, guarda la città, compra libri, cambia idea su molte cose. Al ritorno ricomincia da capo. Dal 1794 smonta e rifà la casa, e nel nuovo progetto compare una cupola ottagonale che nessun libro di Palladio gli aveva suggerito.⁹

Il dettaglio dice molto sul metodo. Jefferson ascolta Palladio quando gli conviene, con la libertà di chi sa che il maestro non è più lì per giudicare. La casa che oggi vediamo è il frutto di un cantiere che non si ferma mai: un uomo che torna sullo stesso edificio per anni, ritocca le proporzioni, sposta una finestra e ci ripensa.

Il libro di Palladio rende possibile questa libertà: dà le misure e lascia a chi costruisce la responsabilità del resto.

La catena dei malintesi si legge meglio in un progetto che Jefferson non realizzò: la residenza del presidente degli Stati Uniti. Il disegno si ispira alla Rotonda, la villa che Palladio aveva costruito alle porte di Vicenza.¹⁰ Ma la cupola messa in cima all’edificio ha finestre che il Palladio dei Quattro Libri non aveva tracciato: le aveva aggiunte Leoni nella sua edizione inglese, e Jefferson le riprende convinto di seguire il modello.¹¹

Sotto c’è un secondo strato. Nel 1786, a Parigi, Jefferson aveva visto la Halles aux Blés, il mercato del grano con la grande cupola in legno, e di quella struttura gli era rimasto in mente il modo di far entrare la luce dall’alto. Nel progetto per Washington la finestra di Leoni e la lezione francese si fondono.¹² Ne esce un disegno che mescola Palladio, Leoni e Parigi.

Lo stesso metodo torna a Charlottesville, dove Jefferson disegna l’Università della Virginia. Al centro del campus si leva una rotonda, un padiglione circolare con portico e cupola, circondato da edifici più bassi che ripetono ciascuno un ordine diverso, come le tavole di un trattato allineate sul prato.¹³ Il Palladio delle pagine diventa un Palladio da abitare, con gli studenti sotto i portici e i professori nei padiglioni.

Jefferson è il nome più noto, e accanto a lui ce ne sono altri. A Drayton Hall, nella Carolina del Sud, una piantagione settecentesca mostra un portico che cita Palladio attraverso i libri inglesi arrivati nelle colonie.¹⁴ La Casa Bianca, secondo diverse ricostruzioni, deve molto al palladianesimo irlandese: l’architetto James Hoban veniva da Dublino, dove aveva visto edifici come Leinster House, e portò a Washington un gusto filtrato due volte, da Londra e da Dublino.¹⁵

Palladio in America non è mai arrivato di persona. Ci sono arrivate le sue pagine, in edizioni di seconda mano, con le tavole ricopiate e qualche finestra in più. Ogni lettore ha fatto la propria scelta, e le scelte si sono sommate fino a diventare uno stile nazionale.

Nel 1987 l’UNESCO ha iscritto Monticello e l’Università della Virginia tra i beni patrimonio dell’umanità. Dal 1938 la casa di Jefferson compare sul retro della moneta da cinque centesimi di dollaro, il nickel: chi ne ha una in tasca porta con sé Monticello.¹⁶

Monticello è una casa che il suo autore ha continuato a rifare dal 1768 agli ultimi anni di vita. Palladio aveva lasciato misure e regole; la cura di quelle mura, anno dopo anno, è venuta da Jefferson. La bellezza di una casa dura finché qualcuno continua a occuparsene, e la copia più fedele a Palladio è forse questa.

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