Il ponte che si rifà

Un breve excursus storico circa l’emblema della città divisa dal fiume Brenta: il Ponte degli Alpini di Bassano del Grappa.

Le ville Palladio le disegnava per un committente. Il ponte di Bassano lo disegnò per un fiume. Perché la sua opera più umile è anche quella che dura da più tempo, pur non conservando più nemmeno una trave originale.



Siamo abituati a pensare Palladio per facciate e saloni: un committente, un podere, una collina, e un ordine classico che li mette d’accordo. Il ponte di Bassano rovescia ogni termine dell’equazione. Il committente è una comunità. Il sito è un fiume di montagna che può cambiare in una notte. Il programma non è abitare ma passare. E il materiale non è il mattone intonacato delle ville, ma il legno: un materiale che non promette di durare, promette di poter essere sostituito.

A guardarlo con gli occhi delle cartoline, è forse il progetto meno palladiano di Palladio. Ed è proprio quello che ci dice di più sul suo modo di pensare.

Nell’ottobre 1567 una brentana porta via il ponte. Poche settimane dopo, in un registro della Comunità oggi perduto ma riportato dal Temanza, compare una spesa: 28 lire «al Palladio che vene a far il disegno del ponte». Il committente formale sono i sindaci di Bassano. Quello reale è il Brenta.

È un fiume che scende dalla Valsugana carico di tronchi e in piena cresce di metri. Per secoli ci sono passate le zattere di legname dirette a Venezia, che urtavano le stilate a ogni viaggio. La villa si difende dal tempo lento: umidità, abbandono, mode che cambiano. Il ponte deve resistere a un colpo secco. E a un nemico più prosaico: chi, di notte, se ne portava via le travi.

La prima risposta di Palladio è quella che ci si aspetta dall’autore dei Quattro Libri: un ponte di pietra a tre arcate, all’antica. La città la respinge e chiede un ponte non troppo diverso da quello che c’era. Il classicista viene rimandato al legno.1

È qui che si gioca tutto. Invece di subire il vincolo, Palladio lo trasforma nel tema del progetto. Non impone l’ordine classico alla struttura tradizionale: lo ricava dalla carpenteria. Le stilate fanno da basamento, l’impalcato da stilobate. I ritti che reggono il tetto diventano colonne tuscaniche, la trave di gronda un architrave. L’alfabeto è lo stesso delle ville, ma scritto da un’altra mano: non quella dell’architetto che compone, quella del carpentiere che monta.

Abbiamo ridisegnato il ponte nello stile delle nostre tavole e lo abbiamo messo in movimento. Scorrendo, il disegno parte dal prospetto, come Palladio lo avrebbe stampato, e passa per assonometria e pianta fino alla sezione. Il disegno si può anche trascinare per ruotarlo; con un doppio clic torna alla vista di partenza.

SCORRI PER CAMBIARE VISTATRASCINA PER RUOTARE
01 · PROSPETTO

Cinque campate, quattro pile, due spalle in muratura: 58 metri di legno sul Brenta. Visto di fianco, come nelle tavole dei Quattro Libri, è una loggia classica su un basamento.

02 · LE PILE

Le pile sono fasci di grossi pali infissi nel greto. Non oppongono un muro alla corrente: la lasciano passare. Guardate salire la piena, quasi fino alle travi.

03 · IL ROSTRO

In pianta ogni pila è una prua rivolta a monte. I pali di altezza crescente disegnano un profilo obliquo: tronchi e zattere ci scivolano sopra invece di colpirla in pieno.

04 · TRAVI E SAETTONI

Sopra le pile corrono le travi maestre, sostenute da rompitratta obliqui, i saettoni, che accorciano la luce libera di ogni campata. È la parte che si vede meno, e la più ingegnosa.

05 · LA LOGGIA

Poi arriva l’ordine: colonne tuscaniche, architrave, capriate, tetto a due falde. Il tetto non è un ornamento: tiene asciutto l’impalcato, e il legno asciutto dura.

06 · ESPLOSO

Ogni parte è un modulo che si può sostituire. Per questo il ponte è stato rifatto più volte sullo stesso disegno: 1750, 1821, 1948, e poi il lungo restauro avviato nel 2017.

07 · SEZIONE

In sezione il ponte è una stanza larga 7,82 metri, coperta e aperta sui due lati. È insieme strada, mercato e belvedere: una piazza sospesa sul fiume.

Il 19 agosto 1748, alle otto del mattino, la piena porta via il ponte di Palladio «come una cesta». Venezia ordina di rifarlo identico e affida il cantiere a Bartolomeo Ferracina, l’ingegnere autodidatta di Solagna. Per piantare i nuovi pali Ferracina costruisce una macchina battipali, messa in opera il 12 ottobre 1750.

Nel 1813 il viceré Eugenio di Beauharnais fa coprire il ponte di pece e lo fa incendiare per proteggere la ritirata delle sue truppe. Lo ricostruiscono i bassanesi con una colletta, su progetto di Angelo Casarotti, e qui succede una cosa che merita attenzione. Il ponte del 1821 non copia l’ultimo esistito, quello di Ferracina, ma torna di proposito al disegno di Palladio. Non si restaura un oggetto: si restaura un’idea.

Nel 1945 i partigiani lo minano per tagliare la strada alle truppe tedesche. Nel 1948 gli Alpini lo ricostruiscono «com’era e dov’era» e il 3 ottobre lo inaugurano alla presenza di Alcide De Gasperi. Da allora porta il loro nome. Una curiosità emerge solo dai modelli lignei di Bortolo Zilio, che ha riprodotto tutte le versioni del ponte: quella del 1948 è l’unica verniciata, di un rosso ruggine.

Con ogni probabilità il ponte che attraversiamo oggi non contiene una sola fibra del legno messo in opera nel 1569. Eppure nessuno dubita che sia il ponte di Palladio. Ricorda la nave di Teseo, ma con una differenza: qui l’identità non sta nella materia né nella memoria di chi l’ha visto. Sta in un disegno abbastanza chiaro da poter essere rifatto ogni volta. È la definizione di progetto più esigente che si possa immaginare.

LA VILLAIL PONTE
COMMITTENTEUn patrizio e la sua famigliaUna comunità, e un fiume
PAESAGGIOLo guarda, da un basamentoLo attraversa, dentro la corrente
MATERIAMattone e intonaco, pensati per restareLarice, pensato per essere rifatto
ORDINEComposto sulla carta, imposto al sitoRicavato dalla carpenteria
TEMPOSi conservaSi ricostruisce

A differenza di quasi tutti i suoi contemporanei, Palladio è un architetto di ponti. Di pietra, mai costruiti. Di legno, come questo e come quello sul Cismon. E di carta: quelli stampati nei Quattro Libri del 1570. Sono questi ultimi ad avere la vita più lunga fuori dal Veneto. Nel Settecento Francesco Algarotti chiede a Canaletto di mostrargli il ponte di Rialto come lo aveva immaginato Palladio, e i capricci di Canaletto, Bellotto, Carlevarijs e Piranesi si riempiono di ponti mai esistiti.

C’è un’ironia in questo. I ponti di carta hanno conquistato la pittura europea, quello di legno ha conquistato una città. Il primo è diventato un mito, il secondo un’abitudine quotidiana. Ed è difficile dire quale dei due sia il lascito più palladiano.

Su Palladiogram ripetiamo spesso che la bellezza è anche ordine, pulizia, cura. Il ponte di Bassano ne è la dimostrazione più concreta che conosciamo. La sua bellezza non si conserva sotto una teca: si mantiene con le mani, trave dopo trave, generazione dopo generazione. Oggi la chiameremmo sostenibilità. Palladio l’avrebbe chiamata, più semplicemente, buon senso costruttivo: costruire con ciò che il fiume porta, in modo che il fiume possa portarselo via senza portarsi via l’idea.


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